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"A Viserba la
spiaggia partiva dalla Fossa dei mulini e
arrivava alla Via Palotta. I bagnini
erano: i Bologna “ saibadoun”,
i Betti “palmari”, gli Ardini “piretta”,
i Conti “zacari”, i Bernabé, ”Martini” i
Cavoli, i Belletti, i Botteghi “i
turain”, Morolli Adelmo “cul
bas”, ed infine, Finein e Attilio “pià”.
La zona che frequentavo io con gli amici
Silvano, Enea,Bibi, Mario, Eros e tanti
altri, andava dal canale alla Via Milano.
Questo tratto di spiaggia era per noi palestra,
campo di calcio, campo di pallavolo e si
svolgevano delle gare a pallone che davano
tanto fastidio ai gruppi di bagnanti. Il
più accanito contro di noi era il
gruppo dei Meloncelli; durante la gara
della partita di calcio, se il pallone
arrivava in mezzo a loro, puntualmente
con le forbici lo mettevano fuori uso e
noi rimediavamo subito facendo un pallone
con carta, stracci e tutto legato con dello
spago. Finita la partita di corsa all’ombra
delle cabine, i “capan”, che
ogni inizio stagione ogni famiglia di Viserba
installava dove ora sorgono le cabine di
cemento. Ogni tanto in riva al mare si
costruiva un circuito, tipo circuito automobilistico
e dentro ad esso si facevano le gare, facendo
correre delle palline colorate, che noi
chiamavamo i “zizli” e anche
in queste gare noi Viserbesi eravamo sempre
più bravi rispetto ai figli dei
signori.
Per far correre le palline imprimevano ad esse
un “sbargnocli” si appoggiava il
dito medio contro il pollice e con forza si
imprimeva la velocità alla pallina;
il più forte di tutti noi era Pierino
Betti, il bagnino, qualche volta tagliavo per
primo anch’io il traguardo ma mai permettevamo
che vincesse un bagnante. Quando a forza di
correre, ci veniva sete, di corsa si andava
in Via Milano, angolo Via Bezzecca, dove ora
sorge un condominio, lì c’era
un pozzo artesiano da dove fuoriusciva un getto
d’acqua lungo alcuni metri e dopo aver
fatto una bevuta ristoratrice, si faceva anche
la doccia.
Quando al mattino era ora di fare il bagno
si andava dalla Esterina Bettì per avere
in prestito le zucche fiasche per imparare
a nuotare. Allora non esistevano materassini,
canotti, braccioli per stare a galla, ma due
zucche legate con una corda che si mettevano
attorno alla vita e con quelle si stava a galla
e si imparava a nuotare. Mi ricordo che in
casa Betti in giardino vi erano tante di queste
zucche che in settembre si raccoglievano e
in inverno perdevano tutto il loro peso e in
primavera rimaneva solo il guscio con dentro
le semenze. Questa trasformazione le rendeva
così leggere che permettevano a una
persona di stare a galla.
Ogni bagnino aveva circa dieci mosconi a remi
e li dava a nolo a chi sapeva remare. Io ero
sempre disponibile a dare lezione di voga se
capitava qualche signora con il bambino che
voleva imparare a remare. Gisto “ad saibadoun” o
Pierino Betti mi presentavano come esperto
della voga ed io cominciavo le lezioni che
duravano qualche giorno; quando gli allievi
erano diventati provetti rematori, si passava
a lezioni di nuoto, tutto questo significava
avere una percentuale del bagnino per poi la
sera andare al cinema.
Quando i bagnanti aumentavano, si cominciava
ad istallare le tende. Ogni bagnino nella sua
zona piantava dei pali; si è iniziato
con dei bastoni, per poi arrivare a dei pali
quadrati, questi sostenevano la tenda fissandola
con due pioli nella sabbia; così facendo
si creava una zona d’ombra dove il bagnate
passava la sua giornata.
La maggior parte dei villeggianti era composta
di donne e bambini, questi giocavano in riva
al mare, con secchielli, palettine e non c’era
la possibilità di smarrirsi e le loro
mamme facevano salotto sotto l’ombra
della tenda. Gli uomini arrivavano in treno
il sabato e partivano il lunedì. Queste
tende il pomeriggio dovevano essere girate
in direzione di come girava il sole. Io aspettavo
che tutti i bagnanti andassero a casa e quando
la spiaggia era deserta, Egisto mi consegnava
un grosso mazzetto di legno ed io provvedevo
al giro della tenda.
Quando avevo terminato il lavoro, abbrustolito
dal gran caldo che faceva, consegnavo il mazzetto
ed Egisto mi impegnava per la sera a smontare
tutte le tende e a portarle dentro e “capan”,
assieme a tutti gli sdrai. Finito il lavoro
veniva l’ora della paga che consisteva
nella somma di un gelato e l’ingresso
ad un cinema. Ogni tanto faceva il suo giro
per la spiaggia un tipo che veniva non so da
dove a vendere uva e banane, io lo vedevo arrivare
dalla litoranea, gli correvo incontro e questi
mi consegnava un grandissimo grappolo di banane
e un cesto di uva e via lungo la spiaggia a
vendere frutta. Ogni tanto qualche signora
comperava un po’ di frutta e mentre il
fruttivendolo pesava la merce, io, svelto come
una volpe, mi facevo fuori una banana. Finito
il giro si tornava dove si era partiti e per
paga mi dava qualche soldo e un grappolo di
uva. C’erano poi i toscani che con una
gerla di alluminio vendevano i “brigidini
freschi e fini”, c’era il cinesino
che aveva una cassa di legno con tanti piccoli
cassettini dove c’erano tante collane
di coralli e vendeva cravatte fermandosi sotto
tutte le tende per convincere le signore a
fare le compere. Noi lo facevamo arrabbiare
andandogli vicino dicendo: “Signole,dieci
cravatte una lila”; il cinesino si arrabbiava,
lasciava tutto sotto la tenda e ci rincorreva
e noi per non lasciarci prendere, via di corsa
dentro l’acqua. Noi ragazzini, i “burdel” di
Viserba,eravamo i galli della spiaggia. Quando
arrivavano i primi bagnanti, noi eravamo già color
cioccolata e i nostri coetanei ci guardavano
con un po’ d’invidia. Sapevamo
nuotare, remare, andavamo sopra le cabine e
ci gettavamo a terra facendo il salto mortale
riscuotendo ammirazione e rispetto. Avevamo
per amici Giorgio e Nico, formidabili giocatori
di pallone, Piovesan, Carlo e Luciano Antinori,
i fratelli Gavioli e i fratelli Zanfi di Modena,
i Fabbri, i fratelli Rossi di Carpi, Mantegazza
di Milano, i Cremonini di Modena, formidabili
giocatori di tamburello, che mettevano a dura
prova Bibi, Silvano, Enea e Adriano Torri.
Il campo da gioco andava dalla Fossa dei mulini
alla via Piacenza e per delle ore si sentiva
il ritmo della palla che batteva sul tamburello
e a fine gara, con una stretta di mano, si
rimandava ad un’altra partita al giorno
dopo. Ogni tanto si organizzava una scappatella
oltre i confini di Viserba, per confini si
intendeva la Fossa dei mulini, si faceva un
bel gruppo e via verso “e Surcion” le
sabbie mobili di Viserbella, che erano recintate
a cerchio da un muretto di cemento. Su queste
sabbie mobili si raccontava che avessero inghiottito
un carro con due buoi, noi ci divertivamo a
gettare sassi e questi venivano inghiottiti
dal ribollire delle acque; la nostra fantasia
correva con i sassi che venivano inghiottiti
credendo di trovare negli abissi il carro dei
buoi. Ora al posto della sorgente, per dare
spazio al turismo, è sorta una piscina
adiacente ad un albergo. Mi ricordo che a una
certa ora del pomeriggio in spiaggia arrivava
il carretto del gelataio. Io lo aspettavo per
strada per dargli un aiuto per poi, a fine
corsa, avere per paga un bel gelato. Il gelataio
era Pesaresi “Ruglin”, che aveva
un bel carretto bianco, a tre ruote, che terminava
sul davanti con un bellissimo collo di cigno.
In mezzo al carretto c’erano due contenitori
di squisito gelato coperti con due coperchi
che brillavano ai raggi del sole. Nell’interno
del carretto vi era una stecca di ghiaccio
per tenere a bassa temperatura il gelato. D’estate
veniva sistemato a circa 200 metri dalla riva
un grande castello di legno che serviva da
trampolino per tuffarsi e anche per fare la
cura del sole. Questo era di fronte all’Hotel
Lido. Quando era ora del bagno, si faceva una
bella nuotata e si passavano diverse ore fra
il tuffarsi e fare la cura del sole."
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